ArticoliMolestie: anche una sola telefonata può integrare il reato

11 Maggio 2018by mbersanilaw0
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Il caso:

La sentenza (Cassazione penale, sez. I, sentenza 08/02/2018 n° 6064) trae origine dall’appello proposto da un soggetto condannato in primo grado per il reato di molestia dal Tribunale di Treviso.

Con sentenza del 4 luglio 2016, avendo lo stesso, per petulanza o biasimevole motivo, effettuato chiamate telefoniche mute o caratterizzate da riferimenti a persone conosciute dal denunciante ed avere inviato sms diretti all’utenza della persona offesa.

La motivazione:

L’articolo 660 del codice penale, intitolato “molestia o disturbo alle persone”, così recita: “chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a € 516”.

In tal senso: “Ai fini della configurabilità del reato di molestie, previsto dall’art. 660 cod. pen., per petulanza si intende un atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nella altrui sfera di libertà […], per la cui integrazione è richiesta la coscienza e volontà della condotta nella consapevolezza della sua idoneità a molestare o disturbare il soggetto passivo, senza che possano rilevare gli eventuali motivi o l’eventuale convinzione dell’agente di operare per un fine non riprovevole o per il ritenuto conseguimento della soddisfazione di una propria legittima pretesa” (Cass. Pen., Sez. I, sentenza del 12/12/2003, n. 4053; Sez. I, sentenza del 06/10/1995, n. 11855; Sez. I, sentenza del 30/04/1998, n. 7051; Sez. I, sentenza del 26/11/1998, n. 13555).

Perché una condotta possa assumere rilievo, ai fini della configurabilità del reato di molestia di cui all’art. 660 c.p., inoltre, nell’interpretazione data dalla Suprema Corte: “non è sufficiente che essa sia di per sé molesta o arrechi disturbo, ma è altresì necessario che sia accompagnata da petulanza o altro biasimevole motivo; condizione, questa, attinente all’elemento oggettivo del reato, più che al dolo specifico” (Cass. Pen., Sez. I, sentenza del 25/10/1994, n. 12230).

Ha avuto origine un vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale, invece, per quel che attiene all’uso del telefono. La fattispecie in esame, difatti, si è certamente scontrata con l’evoluzione della tecnologia. Tra le argomentazioni stanti alla base della tesi sull’impossibilità di ricondurre nella fattispecie in esame ulteriori mezzi di comunicazione potrebbe ascriversi il divieto di analogia.

Essenzialmente si è passati dalla discussa idoneità degli SMS, alla discussa idoneità della posta elettronica, di facebook o messenger.

Tanto premesso, con precipuo riferimento alla fattispecie concreta posta al suo vaglio, tuttavia, la Corte opta per l’esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, alla luce della pluralità di chiamate ed SMS inviati dall’imputato, che risultano idonei a ravvisare abitualità, con esclusione, ex adverso, della continuità tra le condotte contra legem contestate.

In conclusione, quindi:

non serve una pluralità di condotte per concretizzare la molestia ma, posta la volontà e consapevolezza dell’agente nell’arrecare il danno da molestia, anche la singola condotta (es. una telefonata, un sms, una email, ecc.) può costituire molestia ex art. 660 c.p..

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A cura di

 

mbersanilaw

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