Separazione: rapporto figli-genitori va garantito anche per le coppie omosessuali.

Il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale è assicurato anche ai figli di coppie dello stesso sesso.

Lo ha stabilito la Corte costituzionale, con la sentenza n. 225 del 2016, dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 337 ter del codice civile sollevata – in riferimento agli articoli 2, 3, 30 e 31 della Costituzione, ed all’art. 117 (in relazione all’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) – dalla Corte di Appello di Palermo.

La vicenda processuale scaturisce dalla richiesta della madre “sociale” di veder tutelato il legame affettivo sviluppato con i figli (biologici) della propria ex compagna. Infatti, a seguito della separazione dalla partner dello stesso sesso, aveva richiesto al Tribunale di Palermo di mantenere i rapporti con i due minori, nati nell’ambito del progetto genitoriale comune a entrambe le donne.

Nel procedimento di primo grado era intervenuto il P.M. e all’esito di una C.T.U. che aveva rilevato l’esistenza di un profondo legame affettivo tra i minori e la co-mamma, il Tribunale con decreto del 13 aprile 2015 aveva riconosciuto il diritto dei due minori di mantenere un rapporto stabile e significativo con la mamma sociale, priva cioè di legami biologici con gli stessi, prevedendo un vero e proprio diritto di visita in applicazione applicazione degli artt. 337 bis e ter del codice civile, nel testo introdotto dal d.lgs. 154/2013 (disposizioni già contenute negli artt. 155 ss. del codice e a loro volta introdotti dalla legge 54/2006 sull’affido condiviso).

Aveva fatto seguito il ricorso alla Corte di Appello che con ordinanza del 31 agosto 2015 aveva rimesso alla Corte costituzionale questione di legittimità costituzionale dell’art. 337 ter c.c. nella parte in cui non avrebbe consentito al giudice di valutare se risponda all’interesse del minore mantenere rapporti con il proprio genitore “sociale”.

Prima di analizzare la (breve) pronuncia della Corte costituzionale pare opportuno soffermarsi sulle motivazioni del provvedimento del Tribunale di Palermo che, già in quella occasione, aveva affermato che «non si tratta di riconoscere in capo ai minori un diritto ex novo ma solo di garantire una tutela giuridica ad uno stato di fatto già esistente da anni, nel superiore interesse dei bambini, i quali hanno trascorso i primi anni della loro vita all’interno di un contesto familiare che vedeva insieme la madre biologica con la compagna, figura che essi percepiscono come riferimento affettivo primario al punto tale da rivolgersi a lei con il termine “mamma”».

La questione è dunque la rilevanza concreta che certi rapporti affettivi “di fatto” hanno per il minore, indipendentemente da legami biologici.

Il giudice palermitano offre una interpretazione evolutiva, costituzionalmente e convenzionalmente orientata, alla luce dei best interests of the child, della disposizione di cui all’art. 337 ter c.c. (il quale come noto assicura il diritto dei figli minori di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori), «volta ad estendere l’ambito applicativo della stessa sino a delineare un concetto allargato di  bigenitorialità e di famiglia, ricomprendendo per tale via anche la figura del genitore sociale, ossia di quel soggetto che ha instaurato con il minore un legame familiare de facto significativo duraturo».

In tale modo, continua il Tribunale, «valorizzando il criterio guida del superiore interesse della prole minorile alla luce di quanto appena enunciato, è possibile ritenere che il profilo della discendenza genetica non va più considerato determinante ai fini dell’attribuzione al minore del diritto di mantenere stabili relazioni con chi ha comunque rivestito nel tempo il ruolo sostanziale di genitore, pur non essendo legato da rapporti di appartenenza genetica o di adozione con il minore stesso».

In questa pronuncia restava, tuttavia, un elemento critico assai rilevante, ovvero il mancato riconoscimento della legittimazione attiva del genitore sociale, in ragione della circostanza che la co-madre sociale non è «né genitore biologico né genitore adottivo», assumendo per conseguenza la necessità di una domanda nell’interesse dei minori formulata dal Pubblico Ministero.

L’impugnazione del provvedimento da parte della madre biologica ha indotto la Corte di Appello di Palermo a sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 337 ter c.c., nella parte in cui non considera l’interesse del minore a mantenere rapporti con un adulto di riferimento, rapporti consolidatisi fra il genitore ed i figli nell’ambito di una famiglia fondata da entrambe le partner dello stesso sesso, ritenendo il contrasto con gli artt. 2, 3, 30, 31 e 117 della Costituzione, quest’ultimo in relazione alla Convenzione sui diritti del fanciullo adottata a New York il 20 novembre 1989, alla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli adottata il 25 gennaio 1996 ed alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, oltre che all’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani, come costantemente interpretata dalla Corte di Strasburgo.

Dunque due diverse posizioni: un Collegio, quello di primo grado, che ha ritenuto possibile un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma (pur escludendo, contraddittoriamente, la legittimazione attiva della madre sociale) ed un altro Collegio, di secondo grado, che ha ritenuto di sollevare questione di legittimità costituzionale della disposizione.

La Corte costituzionale, diversamente da quanto paventato nell’ordinanza di rimessione, afferma che non sussiste il vuoto di tutela dell’interesse del minore a conservare rapporti significativi con l’ex partner omosessuale del genitore biologico, ritenendo la non fondatezza della questione.

La Corte, infatti, ritiene che lo strumento utilizzabile dal partner/dalla partner del genitore biologico sia il procedimento che applica l’articolo 333 del codice. «L’interruzione ingiustificata, da parte di uno o di entrambi i genitori, in contrasto con l’interesse del minore, di un rapporto significativo, da quest’ultimo instaurato e intrattenuto con soggetti che non siano parenti, è riconducibile alla ipotesi di condotta del genitore “comunque pregiudizievole al figlio”, in relazione alla quale l’art. 333 dello stesso codice già consente al giudice di adottare “i provvedimenti convenienti” nel caso concreto». Sarebbe, dunque, già consentito al giudice di adottare tutte quelle misure (quindi anche un diritto di visita) che nella specificità del caso concreto garantiscano il massimo benessere possibile dei minori in questione. E ciò su ricorso del Pubblico Ministero (a tanto legittimato dall’art. 336 c.c.), anche su sollecitazione dell’adulto (non parente) coinvolto nel rapporto in questione.

La Corte, quindi, riafferma un principio fondamentale: è necessario sempre e comunque guardare alla tutela dei best interests of the children.

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A cura di:

IRAfkKN_

 

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