ArticoliProcessi eccessivamente lunghi e la conseguente richiesta risarcitoria: Le novità alla Legge Pinto.

17 Marzo 2016by mbersanilaw0

Non tutti, forse, sanno che se i processi sono eccessivamente lunghi, si può chiedere allo Stato un risarcimento.

La legge Pinto, istituita al fine di poter risarcire i cittadini che hanno partecipato ad un giudizio di irragionevole durata – indipendentemente dal fatto che siano stati essi parte vittoriosa che soccombente – ha subito recenti interventi da parte del legislatore: in prima battuta, nel 2012, dove le modifiche importanti attinenti sia a profili sostanziali che processuali riguardavano principalmente la spettanza e  la quantificazione dell’indennizzo ovvero le forme da seguire, nonché la durata massima del giudizio; successivamente nel d.l. del 27/12/2015, consolidato nella legge di stabilità del 2016, che ha apportato modifiche in tema di competenza, quantificazione dell’indennizzo, cause di esclusione.

La liceità della durata massima, sancita già nel 2012, è stata più volte oggetto di attenzione della II sezione della Corte di Appello di Firenze, che ha sollevato questione di costituzionalità, poiché, con riferimento a  procedimenti aventi ad oggetto proprio l’equa riparazione, la norma sarebbe in contrasto con gli artt. 3, primo comma, 111, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (d’ora in avanti «CEDU»).

In particolare, la Corte rimettente era chiamata ad occuparsi di un giudizio di opposizione contro un decreto che, in accoglimento della domanda di equa riparazione ex art. 2  legge n. 89/2001, stimava in un anno e dieci mesi il tempo che ha ecceduto la ragionevole durata del processo.

Il giudice a quo osservava che la durata del periodo oggetto di ristoro veniva determinata in applicazione dell’art. 2, comma 2-ter, introdotto dall’art. 55, comma 1, lettera a), numero 2), del d.l. n. 83 del 2012 in base al quale si considerava comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio fosse definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni.

Il rimettente osservava che la giurisprudenza anteriore al 2012 e quella della CEDU avevano indicato in due anni il limite di ragionevole durata complessiva del procedimento previsto dai giudizi di equa riparazione per durata irragionevole del processo e, ponendo l’accento sul carattere semplificato del predetto procedimento, evidenziava le finalità acceleratorie in esso insite.

Il legislatore del 2012 non creava un distinguo tra i procedimenti di equa riparazione e gli altri, prescrivendo un termine di durata complessiva ragionevole pari a sei anni. Né il giudice di merito avrebbe potuto superare il limite attraverso l’interpretazione, poiché il legislatore stesso aveva indicato tassative eccezioni (vds procedure esecutive e concorsuali), nelle quali non erano elencati i procedimenti ex legge Pinto. Per analoghe ragioni, per il giudice rimettente restavano inaccettabili i termini di tre anni per il giudizio di primo grado e di un anno per il giudizio di legittimità.

L’Avvocatura, intervenuta per conto del Presidente del Consiglio dei ministri, sosteneva che l’eccezione di costituzionalità, poteva essere superata da una lettura “costituzionalmente orientata”, dove il limite di sei anni di durata complessiva del procedimento non fosse vincolante, quando quest’ultimo aveva carattere semplificato.

La parte del giudizio principale, la quale rilevava invece che il termine di sei anni come durata complessiva sarebbe applicabile solo ai procedimenti svoltisi in tre gradi di giudizio e quindi esulerebbe dal caso in esame, con la conseguenza che  il limite di durata dello stesso, in assenza di specifiche previsioni normative, sarebbe da rinvenirsi in quello sancito dalla Corte EDU, cioè due anni.

Nel contesto di altri procedimenti, la Corte fiorentina pronunciava altre ordinanze di analogo tenore sollevando identiche questioni di costituzionalità; l’Avvocatura di Stato, alla luce dell’intervento della Corte di Cassazione del 2014, che chiariva che il termine di sei anni si applicava ai procedimenti articolatisi in tre gradi di giudizio, argomentando anche in questi giudizi, come sopra esposto.

La Consulta, riuniti i giudizi, precisa che il richiamato art. 2, comma 1, della legge n. 89 del 2001 assicura un’equa riparazione a chi abbia subito un danno conseguente all’irragionevole durata di un processo e che in particolare le modifiche d cui all’art. 55, comma 1, lettera a), numero 2), del d.l. n. 83 del 2012, traducono in legge il limite entro il quale un processo possa effettivamente ritenersi di  irragionevole durata. In particolare la norma stabilisce che il termine è considerato ragionevole se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, due in secondo grado e un anno nel giudizio di legittimità, con la dovuta precisazione (art. 2, comma 2-ter) che si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio veniva definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni.

La Corte si domanda, in prima battuta, se attraverso l’interpretazione si possono stabilire diversi termini per il giudizio ex legge Pinto.

Inoltre la Consulta, fa propria l’interpretazione già data dalla Cassazione civile (sent. 23745/2014), secondo cui il termine di sei anni debba intendersi applicabile quando il giudizio si sia articolato nei tre gradi, non dovendosi pertanto adottare nei procedimenti ex legge Pinto.

La consolidata giurisprudenza europea sancisce il principio di diritto, scaturito dall’interpretazione dell’art.6 CEDU secondo cui lo Stato è tenuto a concludere il procedimento ex legge Pinto in termini più celeri di quelli consentiti nelle procedure ordinarie,  anche in virtù della insita minor complessità e che la finalità dei predetti procedimenti è quella di rimediare ad una precedente inerzia nell’amministrazione della giustizia.

Quindi, applicando degli artt. 111, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., alla luce dell’interpretazione data dal giudice europeo all’art. 6 della CEDU, in precedenza si era determinato il termine ragionevole di cui si discute, per il caso di procedimento svoltosi in entrambi i gradi previsti, in due anni, che è il limite di regola ammesso dalla Corte EDU.

Se dunque avete vissuto un procedimento giudiziario più lungo di tali termini, come fare a richiedere il risarcimento allo Stato Italiano?

La Legge di Stabilità 2016 prevede che al fine di ricevere il pagamento delle somme liquidate in base alla Legge n. 89/2001, il creditore rilascia all’amministrazione debitrice una dichiarazione, ai sensi degli articoli 46 e 47 d.p.r.  n. 445/2000, attestante:

  • la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo
  • l’esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso titolo
  • l’ammontare degli importi che l’amministrazione è ancora tenuta a corrispondere
  • la modalità di riscossione prescelta

Tale dichiarazione, con la relativa documentazione, dovrà essere inviata a mezzo del Vs. Legale alla Corte di Appello che ha emesso il decreto di condanna e che provvede al pagamento dello stesso.

In attesa dell’emanazione del decreto ministeriale di cui all’art.5 sexies, comma 3, Legge n. 89/2001, potrà essere utilizzato questo

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A cura di:

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